“Nessunə è normale” è un libro che chi lavora nel Terzo Settore dovrebbe leggere almeno una volta. O, meglio, rileggere ogni volta che si scrive una campagna, un progetto o una lettera.

Perché? Perché ci mette davanti a un paradosso linguistico e culturale che condiziona anche il nostro modo di raccontare il mondo: “normale” indica ciò che crea la norma,
ma anche ciò che è conforme a tale norma. Una norma che, in sostanza,
crea sé stessa.
In pratica diventa una parola che può legittimare l’esclusione mentre si finge misura neutra.
E questo vale soprattutto quando raccontiamo chi o cosa è “altro”.

Nei nostri testi, nelle immagini che scegliamo, nel tono delle call to action, a volte anche con le migliori intenzioni, scivoliamo nel a pornografia del dolore. Altre volte, cadiamo in forme sottili di inspiration porn: narrazioni che trasformano esperienze complesse di disabilità o marginalità in strumenti per farci sentire persone “fortunate” o darci “ispirazione”.

🎯 Ma c’è un punto, per me fondamentale, che questo libro ci costringe a guardare in faccia: l’inclusività – termine che usiamo spesso – presuppone un dentro e un fuori, chi include e chi è incluso. Un meccanismo che, per quanto benintenzionato, riproduce gerarchie.

E se invece spostassimo il discorso sulla convivenza delle differenze?

Se provassimo a raccontare il mondo non partendo da un centro da aprire alle periferie, ma da un orizzonte plurale, fatto di convivenze, attraversamenti, contaminazioni? Come cambierebbe il nostro modo di fare comunicazione? E il nostro modo di pensare la relazione con le persone che coinvolgiamo nei progetti?

✍️ Vera Gheno scrive:

“Chi, e cosa, decide che sia ‘normale’ qualcosa che magari non è misurabile con esattezza?”

Nel nostro lavoro quotidiano, questa domanda è più attuale che mai. Forse è tempo di ragionare di più sulle parole e sulle narrazione che usiamo.

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