Non amo i bilanci di fine anno, ma per il 2026 ho un piccolo proposito che vorrei condividere: smettere di confondere il “facile per me” con il “di poco valore”.
Ci sono frasi che, ammettiamolo, irritano più di quanto dovrebbero. Una su tutte: “Dai, per te sono cinque minuti. Ci metti un attimo…”
Mi torna in mente una storiella degli anni ’60, l’epoca dei primi supercalcolatori: un sistema critico smette di funzionare. Arriva una persona esperta, osserva la macchina in silenzio, apre uno sportello, gira una vite di un quarto di giro e richiude. “Tutto a posto.” Fattura: 100.000 dollari. Il cliente protesta indignato, chiedendo il dettaglio delle voci. La risposta arriva immediata con una nuova fattura:
- 1 dollaro: girare la vite.
- 99.999 dollari: sapere quale vite girare.
Il punto è tutto qui: lo sforzo necessario per svolgere bene un compito non coincide con il tempo dell’esecuzione. Coincide con l’esperienza, con le competenze invisibili e con l’allenamento mentale che permette di individuare subito la soluzione.
C’è però un livello più profondo e forse più scomodo: spesso questa svalutazione la operiamo noi anche verso il nostro lavoro e verso quello delle altre persone. Se un’attività non ci richiede un particolare sforzo cognitivo, perché l’abbiamo fatta mille volte, perché ne dominiamo la logica, perché ne abbiamo interiorizzato i passaggi, finiamo per considerarla “banale”.
E da lì il passo è breve:
- Minimizziamo il nostro valore: “Figurati, è una sciocchezza”.
- Cadiamo nell’equivoco tecnologico: usare gli stessi strumenti non significa avere le stesse competenze.
- Confondiamo la padronanza con la semplicità: se è fluido per noi, pensiamo sia facile per chiunque.
È come un trucco di magia: finché non lo conosci, è straordinario; una volta imparato, diventa pura esecuzione. Ma quel “saper fare” ha avuto un costo in termini di studio, errori e tempo.
Quindi, ecco i miei micro-propositi professionali per l’anno che viene:
- Chiamare le cose con il loro nome: non è un impegno da “cinque minuti”, è un atto di esperienza e responsabilità.
- Tracciare un confine tra disponibilità e dovere: saper fare qualcosa non significa doverla fare sempre, comunque o “al volo” solo perché qualcuno lo chiede.
- Non sminuire la competenza: se oggi mi riesce facile, è perché ho pagato il prezzo dell’apprendimento ieri.
Il mio invito gentile: quando un risultato ci sembra “ovvio”, proviamo a chiederci quanta strada c’è dietro quell’ovvietà. La mancanza di sforzo apparente non è un motivo sufficiente per svalutare il lavoro.
Pensateci: vi è mai capitato di sminuire un vostro traguardo, o di dare per scontato il lavoro di un’altra persona , solo perché sembrava semplice? Raccontatemelo nei commenti, se vi va. Potrebbe essere un buon modo per iniziare l’anno riflettendo sulla complessità nascosta che portiamo ogni giorno nelle nostre organizzazioni.