In questi giorni ho letto un pezzo di Allison Fine che mi ha acceso un campanello d’allarme (e anche una speranza): l’AI rischia di “potenziare” la ruota del criceto del fundraising. Più automatismi, più segmentazioni, più messaggi. Più velocità. E quindi… più assuefazione. Più stanchezza. Più rumore.

La cosa interessante è che non lo dice da tecnofoba: lo dice da persona che conosce il settore. In sintesi: siamo già in un modello dove molte organizzazioni “macinano” sollecitazioni senza riuscire a recuperare fiducia e continuità. Se aggiungiamo l’AI come turbo, la tentazione è ovvia: premere un tasto e far partire una cascata di richieste.

E qui mi viene un parallelismo brutale, ma utile: la differenza tra coltivare e estrarre.

  • La deforestazione non nasce perché qualcuno “odia gli alberi”. Nasce perché, nel breve, tagliare conviene più che custodire.
  • La corsa a petrolio e terre rare non nasce perché qualcuno “vuole il male”. Nasce perché l’estrazione promette rendimenti rapidi, mentre la ricerca è lenta e meno misurabile.
  • E nel digitale succede la stessa cosa: l’attenzione delle persone e la fiducia sono un ecosistema. Se lo sfrutti come una miniera, prima o poi collassa.

Nel fundraising l’ecosistema si chiama relazione. E la relazione ha tempi biologici, non tempi di piattaforma.

Il punto, per me, non è “AI sì / AI no”. È per cosa la usiamo.

Allison Fine dice una cosa che dovremmo stamparci e mettere sopra la scrivania: l’AI dovrebbe assorbire il lavoro ripetitivo e amministrativo per liberare tempo su ciò che le macchine non possono fare: ascolto, connessione, cura dei problemi, costruzione di fiducia. L’AI dovrebbe rallentare la ruota, non farla girare più veloce.

E qui mi torna in mente Paolo Iabichino con il Newtrain Manifesto, che per me è una bussola perfetta anche nel fundraising. La tesi n.4 in particolare:

“Se è vero che i dati sono il nuovo petrolio, non siate i nuovi petrolieri. Ce la fate a non inquinare anche il mondo digitale?”

Ecco, l’inquinamento digitale nel non profit ha una forma precisa: l’estrazione di attenzione mascherata da “efficienza”, l’over-targeting che diventa pressione, l’automazione che diventa disumanizzazione. E alla fine la fiducia si erode, proprio mentre diciamo di volerla costruire.

Allora mi chiedo (e vi chiedo):
stiamo usando l’AI per fare più fundraising… o per fare fundraising meglio?

Ecco una micro-checklist, molto concreta:

  1. Se l’AI mi permette di mandare 10 email in più, le mando davvero? O uso quel tempo per chiamare, ascoltare, rispondere, capire?
  2. Sto aumentando il volume o sto aumentando l’ascolto?
  3. Sto trattando le persone come comunità o come “risorse”?
  4. Questa automazione riduce attrito interno (bene) o aumenta pressione esterna (male)?

Perché la voracità non è un destino: è un modello. E i modelli si cambiano, anche con scelte piccole.

Sono curioso (senza retorica): nelle vostre organizzazioni, o nel vostro lavoro, l’AI sta facendo girare più veloce la ruota… o sta creando spazio per relazioni più profonde?