Ogni anno, uscendo dal Non Profit Women Camp, la prima metafora che mi viene in mente è sempre la stessa: il porto sicuro.
E ogni anno mi chiedo se non sia un’immagine un po’ consumata.

Quest’anno ho capito che non lo è.
Perché un porto sicuro non è necessariamente un posto comodo. A volte ci torni per fare manutenzione: togliere i cirripedi dalla chiglia, raschiare via quello che si è incrostato nel tempo. È un lavoro faticoso, a tratti doloroso. E può voler dire ritrovare cicatrici che pensavi guarite, riaperte e sanguinanti (semi cit.)

Quest’anno, al Camp, qualche colpo me lo sono preso. Necessari. Ma non per questo indolori.

C’è poi una dimensione che oggi è anche politica, e non posso non nominarla. “Porto sicuro” è un’espressione che abbiamo visto abusare e distorcere, fino a trasformarla in uno strumento di controllo. Dove la sicurezza diventa difesa del privilegio, non tutela delle persone. Per questo, rivendicarla non è retorica: è un gesto preciso.

Il Camp lo è, per me, perché lì posso non avere paura delle mie fragilità. Posso lasciarle uscire, guardarle, nominarle. Confrontarmi con colleghe e amiche, sì, uso il femminile sovraesteso, senza la zavorra del giudizio. Soprattutto del mio.

Quest’anno, poi, è stato qualcosa di più. Il Camp non è stato solo il luogo in cui approdare, ma il luogo da cui è ripartito qualcosa: un percorso professionale nuovo e prezioso, nato da una chiacchierata fatta proprio lì, in pausa caffè di qualche anno fa. E il porto diventa punto di partenza, non solo di sosta.

Non riuscirei a ringraziare per nome tutte le persone che hanno dato valore a questi due giorni, nelle pause o sul palco.
Ma a Federicae e a Francesca lo dico forte: non solo perché lo organizzano, ma perché, come scrissi loro dopo il mio primo Camp, mi fanno sentire accolto.
E, ancora di più in questo momento storico, non è scontato.

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