⚡️Avete presente quella sensazione fastidiosa che si prova durante un blackout estivo?
Provi a lavorare: “Ah, è andata via la luce”.
Vabbè, guardo la TV: “Ah, no, niente elettricità”.
In quel momento ci rendiamo conto di quanto la nostra vita sia legata a doppio filo a una risorsa che diamo per scontata finché non manca.
Ma c’è un dettaglio che spesso dimentichiamo: gli ospedali, durante un blackout, non smettono di curare.
Non lo fanno perché la corrente “torna per magia”, ma perché esistono gli UPS e i generatori di emergenza. Sistemi silenti, pronti a scattare in millisecondi per evitare che il sistema collassi.
Ecco, io credo che il Terzo Settore sia esattamente questo: l’UPS della nostra società.
Spesso fantastico su uno sciopero totale del non profit, ma mi rendo conto che è uno scenario irrealizzabile. Non per una questione di “buona volontà”, ma di sicurezza: significherebbe paralizzare le ambulanze, lasciare soli i più fragili, spegnere la ricerca. Sarebbe come staccare le batterie di emergenza durante un guasto alla rete elettrica principale.
Il problema è che la politica e la società si sono abituate a considerare questo supporto non come un sistema di emergenza vitale, ma come una parte della “corrente di linea” dovuta, gratuita e inesauribile.
E lo stesso vale per i dati. I dati che raccogliamo con fatica e custodiamo con etica sono i sensori di questo UPS: ci dicono dove la rete sta cedendo e dove serve intervenire prima che il guasto diventi sistemico. Il dato, per noi, non è petrolio da bruciare, ma l’impulso vitale che ci permette di far funzionare i generatori dove lo Stato non arriva.
La solidità del welfare non poggia solo su strutture burocratiche, ma sulla capacità del Terzo Settore di fare da “cuscinetto” e da motore di riserva. Ma un UPS, se non viene manutenuto e alimentato, prima o poi si scarica.
Forse è tempo di chiederci: cosa stiamo facendo per non far esaurire queste batterie?
Questa riflessione è nata quando ancora si discuteva della Riforma del Terzo Settore ma mi è tornata prepotentemente in testa ieri, dopo aver sentito gli ottimi Nicola Bedogni e Carlo Mazzini nel webinar per le socie e i soci di ASSIF Associazione Italiana Fundraiser sul 5×1000.
Due domande restano aperte e urgenti: per quanto tempo ancora dovremo lottare contro il “tetto”? E quando potremo finalmente avere accesso ai dati di chi decide di destinare il proprio importo alle nostre organizzazioni?
I dati e i contributi del 5×1000 non sono accessori. Sono strumenti fondamentali per il nostro lavoro, non foss’altro per poter ringraziare chi opera una scelta di cui, ancora oggi, troppo spesso non si percepisce la portata.
Non è solo burocrazia: è la manutenzione necessaria per non lasciare la società al buio.
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