Ho letto un articolo di Kwame Anthony Appiah (grazie Carlo) che sposta la discussione sull’AI dalla paura apocalittica, “ci estinguerà tutti”, a qualcosa di più sottile e immediato: la perdita di competenze.

Non il collasso, ma l’atrofia.

Appiah lo chiama de-skilling: la delega progressiva alle macchine di compiti che un tempo facevamo noi.

Niente di nuovo nella storia: ogni tecnologia ci ha tolto qualcosa e ci ha restituito qualcos’altro.
La scrittura ha indebolito la memoria (Platone), ma ha salvato il pensiero.
Il GPS ci ha tolto l’orientamento, ma ci ha liberati dalle mappe sul volante.

Il problema non è perdere abilità: è decidere quali possiamo permetterci di perdere.

Appiah distingue tra due forme di de-skilling:

  • quello “benigno”, che ti libera dal lavoro meccanico;
  • quello “corrosivo”, che erode le competenze che sostengono il giudizio, la creatività, l’etica, l’autonomia.
    Ed è qui che sento un campanello, soprattutto in Italia.

Perché c’è un dato che precede ChatGPT e qualsiasi paura sul futuro: oggi oltre un terzo delle persone in Italia vive una condizione di analfabetismo funzionale.
Non significa non avere istruzione, ma faticare a interpretare testi complessi, a distinguere la verità dalla verosimiglianza, a usare il pensiero critico come strumento quotidiano.

Così, il rischio del de-skilling corrosivo diventa enorme.
Perché se un sistema produce contenuti plausibili, eleganti, coerenti anche quando sono sbagliati, pochi hanno gli strumenti per accorgersene e la distanza tra conoscenza e credulità si assottiglia.

L’AI non inventa la disinformazione, la amplifica; non crea la polarizzazione, la rafforza, non genera bias, li riproduce con rigore matematico.

E la deriva più rischiosa non è essere sostituiti: è essere scavalcati, manipolati perdere definitivamente la capacità di comprendere.

Il paradosso è evidente:

  • per usare bene l’AI devi essere competente…
  • ma se usi l’AI per imparare, la competenza non la costruisci.
    È un circolo vizioso che produce “supervisori senza mestiere”.

Ed è qui che torna la parte più bella dell’articolo di Appiah: la stewardship.

La responsabilità di custodire la nostra mente.

Di continuare a esercitare quelle abilità che ci tengono umani:
📖 leggere davvero, non farsi riassumere;
📜 produrre senso, non solo testo;
🤝 costruire relazione, non automatizzarla;
🧠 sviluppare giudizio, non sostituirlo.
E questo, nel Terzo Settore, pesa ancora di più.

Perché una lettera può scriverla anche un algoritmo, ma capire a chi stai parlando, perché lo stai facendo, come costruire fiducia… quello è territorio umano.
Territorio che non possiamo permetterci di lasciare incolto.

Alla fine la domanda è semplice e complessa insieme:
🧭 Quali competenze dobbiamo proteggere, come individui, come società e come organizzazioni, per non diventare persone che delegano il pensiero e poi non sanno più riconoscerlo?