L’AI nel Terzo Settore è già entrata. La governance, molto meno.

Ogni tanto mi capita di partecipare a discussioni in cui ci si chiede se sia arrivato il momento di introdurre l’intelligenza artificiale nell’organizzazione.

La mia impressione è che la domanda sia profondamente sbagliata o quanto meno molto ingenua.

L’intelligenza artificiale è già entrata. Solo che, nella maggior parte dei casi, non è passata dalla porta principale.

È arrivata attraverso gli account personali, le versioni gratuite di ChatGPT, Claude, Gemini o Copilot, i documenti copiati e incollati per risparmiare tempo, le traduzioni, le sintesi, le email scritte “solo per fare prima”.

È successo quello che accade spesso con le tecnologie utili: le persone hanno iniziato a usarle prima che l’organizzazione decidesse come farlo.

E, in fondo, è anche una buona notizia.
Significa che la curiosità c’è, che il valore viene percepito e che molte persone stanno già sperimentando modi diversi per lavorare: c’è chi lo fa per ottimizzare le risorse, chi per lavorare meglio, chi semplicemente per lavorare meno.
Poco importa, il punto è che una somma di sperimentazioni individuali non produce quasi mai un cambiamento organizzativo.

Se dieci persone risparmiano mezz’ora al giorno grazie all’AI, probabilmente l’organizzazione non guadagna cinque ore. Si trova dieci modi diversi di lavorare, dieci pratiche differenti, dieci livelli diversi di qualità e di attenzione ai dati.

E qui nasce il secondo tema.

Quando si parla di AI, la questione non è soltanto l’efficienza. È anche la responsabilità.

Quali documenti possono essere caricati su un servizio esterno? Quali dati riguardano beneficiari, donatori o personale? Quali strumenti sono autorizzati? Chi valuta l’affidabilità di un risultato prima che venga utilizzato?

Non sono domande tecnologiche. Sono domande di governance.

La buona notizia è che, almeno nelle organizzazioni del Terzo settore, fare governance non significa necessariamente creare un comitato di venti persone o scrivere cento pagine di policy.

Può voler dire partire da poche regole condivise.

Ad esempio:

👉 decidere quali strumenti possono essere utilizzati;
👉 classificare i dati in base alla loro sensibilità;
👉 chiarire chi è responsabile delle decisioni prese con il supporto dell’AI;
👉 prevedere sempre una revisione umana dei contenuti prodotti;
👉 iniziare a misurare, anche in modo semplice, quali benefici stanno realmente emergendo.

Se anche voi vi siete chiesti se introdurre l’intelligenza artificiale, oggi, forse, la domanda che dovete porvi è un’altra: come trasformiamo centinaia di sperimentazioni individuali in una scelta organizzativa consapevole, governata e capace di generare valore?

Sono curioso di sapere come lo state affrontando nelle vostre organizzazioni.

L’AI è una scelta condivisa oppure è ancora la somma di ciò che ciascuna persona fa per conto proprio?

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