Quello che è successo ad Autistici/Inventati mi preoccupa. Molto.

Ho aspettato qualche settimana a scrivere per veder che cosa sarebbe successo ma non ho visto molto da parte di istituzioni e politica e società civile. E quest’ultima è la parte che mi infastidisce di più.

Dal mio punto di vista il tema non è tanto se chi fornisce un’infrastruttura tecnologica debba (e in quale misura) rispondere dell’uso che ne viene fatto. Quanto il fatto che un provvedimento amministrativo degli Stati Uniti ha avuto il potere di rendere, di fatto, impossibile la sopravvivenza di un entità legale e giuridicamente riconosciuta che opera in Italia.

Il 26 agosto gli Stati Uniti hanno designato Autistici/Inventati come “Specially Designated Global Terrorist”, accusando il collettivo di aver fornito infrastrutture e servizi a gruppi considerati (dallo stesso governo degli Stati Uniti) terroristi o estremisti violenti.

Non c’è sentenza di un tribunale italiano. Non c’è decisione di una corte europea.

Eppure le conseguenze qui sono state concretissime: dominio irraggiungibile, PayPal bloccato, conto bancario (italiano) sospeso. Fino alla decisione di cessare i servizi.

Ed è questo che trovo enorme.

Una decisione presa oltreoceano ha prodotto gli effetti di una condanna qui, senza essere una condanna pronunciata né qui né altrove.

La questione, allora, va molto oltre A/I e le opinioni che possiamo avere sul collettivo.
Perché riguarda il confine tra fornire un’infrastruttura e condividere le finalità di chi la utilizza.

Un server è un’infrastruttura.
Ma lo è anche una nave che soccorre persone nel Mediterraneo.
Lo è un ospedale che cura persone ferite in una zona di guerra.

Che cosa succederebbe se domani un governo decidesse che curare una persona appartenente a un “gruppo terroristico” significa supportare quel gruppo?
O che trasportarla in salvo significa agevolarne l’attività?

Sono situazioni diverse, naturalmente. Ma il principio che mi preoccupa è lo stesso: chi decide dove passa quel confine? E con quali garanzie?

Perché fornire consapevolmente supporto operativo a un’organizzazione terroristica è una cosa. Offrire un servizio utilizzato anche da una persona che ne fa parte è un’altra.

Ed è esattamente per distinguere situazioni come queste che esistono il diritto, il contraddittorio, la possibilità di difendersi, i tribunali.
Mi colpisce il silenzio che ha accompagnato questa vicenda nel nostro Paese e, più in generale, in Europa.

Perché oggi stiamo parlando di A/I
Domani potrebbe riguardare un’organizzazione che salva persone in mare, cura persone ferite, difende diritti umani o lavora in territori di conflitto.

E allora la domanda riguarda molto da vicino anche il Terzo settore: quanto siamo disposti ad accettare che un governo straniero possa decidere, attraverso il controllo delle infrastrutture tecnologiche e finanziarie globali, chi può continuare a esistere?

Per me la risposta è: molto meno di quanto stiamo accettando oggi.

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