“Fare di più con meno” è una delle “qualità” che siamo abituati a evidenziare nelle organizzazioni non profit e, troppo spesso questa condizione nascondo una serie di problemi e di dinamiche lavorative quanto meno complesse .
Mi capita spesso di discuterne con persone che lavorano in diverse organizzazioni e la sensazione è sempre la stessa: sovraccarico, affaticamento e qualche volta burn-out.
E proprio per questo, leggendo un articolo di Futurism (link nel primo commento), mi si è acceso un campanello d’allarme: quando le organizzazioni abbracciano l’Intelligenza Artificiale, non è detto che il lavoro diminuisca. Può succedere il contrario: workload creep, si chiama, più compiti, più multitasking, più aspettative di velocità, confini tra lavoro e non-lavoro che si sfumano.
Nello studio citato (ricercatrici/ricercatori di Berkeley Haas, monitoraggio di un’azienda tech ~200 persone per mesi), l’adozione era persino volontaria: molte persone hanno iniziato a usare l’AI perché “fare di più” diventava facile e perfino gratificante… e poi si sono ritrovate con un carico più grande di quello sostenibile. E con un serie di effetti collaterali: tempo speso a correggere, rielaborare, analizzare output altrui; l’effetto giocoliere che costringe a spostare continuamente il focus delle propria attività; e la pervasiva presenza dell’AI che entra nelle pause, nelle riunioni, fino a far sembrare il riposo meno rigenerante.
Nel Non Profit questo rischio è amplificato:
👉la causa spinge a “fare oltre il dovuto” (e spesso lo fa in buona fede);
👉la scarsità di risorse rende strutturale il sovraccarico;
👉e l’AI rischia di diventare la benzina su un fuoco già acceso: più output, meno respiro.
Per me il punto è qui: l’AI dovrebbe essere un elemento riequilibrante, non un acceleratore di sfruttamento (anche quando è auto-sfruttamento).
Se introduce velocità, la domanda non è “quanto produciamo in più?”, ma: che cosa smettiamo di fare? Che tempo restituiamo? A chi? Con quali confini?
Per me la proposta deve essere molto concreta:
1️⃣ Definire un “dividendo” dell’AI: il tempo risparmiato non si reinveste tutto in nuove attività. Una parte va a qualità, formazione, riposo, cura della relazione.
2️⃣ Introdurre regole prima degli strumenti: cosa è urgente, cosa no; quando si stacca; cosa non si chiede a una persona “perché tanto c’è l’AI”.
3️⃣ Misurare l’impatto, non il volume: mandare meno email (è una metrica che vedo tanto assurda quanto, ahimè, reale) non è un fallimento, se aumenta la fiducia e riduce lo churn (di persone donatrici e di colleghe/i).
Se lavorate in un’organizzazione non profit: state introducendo l Intelligenza artificiale per liberare tempo o per sfruttare ogni singola risorsa delle persone? E avete già pensato a qual è la cosa che, grazie all’AI, smetterete o ricomincerete a fare?
Origina Linkedin Post: https://www.linkedin.com/posts/almagio_fare-di-pi%C3%B9-con-meno-%C3%A8-una-delle-qualit%C3%A0-share-7445380350945677312-Lxgm/