Da qualche mese ho un portatile nuovo. Bellissimo, leggero, veloce, ha tutto quello che serve.
Ha un piccolo difetto: la tastiera inglese.
Niente lettere accentate.

In teoria non sarebbe un problema: imposto la tastiera italiana e vado a memoria. (quasi quarant’anni di QWERTY)
In pratica… il produttore di questo portatile, per esigenze di spazio, ha spostato alcuni tasti.
Risultato: quando viaggio e non ho una tastiera esterna, spesso uso quella inglese.
In questo modo almeno vedo quello che sto digitando.

Fin qui, niente di strano.
Ma significa che, in viaggio per Torino o tornando a Milano, quando scrivo dal treno o da una sala d’attesa, mi ritrovo a dover evitare tutte le parole accentate.

E voi capite bene cosa vuol dire in italiano evitare parole come è, perché, però, più.
All’inizio lo ritenevo quasi impossibile.
Poi l’ho trasformato in un esercizio.
E infine… una piccola rivelazione.

✨ Gli accenti come lusso

Senza accenti, mi accorgo che certe frasi richiedono uno sforzo maggiore.
Devo trovare soluzioni alternative, parafrasi, giri di parole.
Niente di drammatico: solo un po’ di ingegno creativo.

E a quel punto si illumina una lampadina.

🟰 Quel piccolo sforzo che chiamiamo “linguaggio inclusivo”

Quando parliamo di linguaggio ampio (Fabrizio Acanfora) – o linguaggio inclusivo, come viene chiamato normalmente – ci troviamo davanti allo stesso principio.
Non servono simboli esotici, non sono obbligatori segni come lo schwa o gli asterischi (che in alcuni contesti sono utili – pietre d’Incampo linguistiche – ma in altri diventano ostacoli veri, soprattutto per chi ha difficoltà di lettura o per chi semplicemente li rifiuta a prescindere).

Nella maggior parte dei casi basterebbe lo sforzo che esercito quando non trovo gli accenti sulla mia tastiera

👉 una piccola attenzione,
👉 una perifrasi,
👉 uno sdoppiamento,
👉 un modo per includere senza spaventare, senza creare distanze inutili.

Parafrasando Alma Sabatini: la lingua si può estendere senza doverla spezzare.

🎯 Per me la scelta diventa semplice

Quando devo scegliere tra diventare linguisticamente “irricevibile” per alcune persone o fare un passo verso un linguaggio accogliente, scelgo il secondo.
Non per ideologia, ma per relazione.
Non per un dovere kantiano, ma per aver constatato che farlo, funziona.

E quindi, tra una sala d’attesa e un Frecciarossa, mi scopro a scrivere senza accenti, senza schwa, senza asterischi…
non per rinuncia, ma per scelta.
Credo che includere sia spesso una questione di cura, non di simboli.

E quando ho una tastiera decente… ogni tanto mi concedo anche qualche accento e, quando serve, anche uno "ə" .