In pochi giorni, le disinstallazioni dell’app ChatGPT sono aumentate del 295%.
Un numero enorme. La causa? L’accordo tra OpenAI e il Dipartimento della Difesa statunitense, annunciato da Sam Altman senza troppa cerimonia.
La reazione degli utenti è stata immediata e diretta: se stai addestrando una macchina da guerra, non voglio farne parte.
È un gesto che colpisce. Non perché sia nuovo, boicottare prodotti o aziende che tradiscono i propri valori è una forma di cittadinanza che ha radici profonde, ma perché stiamo parlando di un prodotto digitale, gratuito (o quasi), ormai profondamente intrecciato nelle abitudini quotidiane di milioni di persone.
Disinstallarlo ha un costo reale: perdi conversazioni, contesti, memoria. Non è banale. E molti lo hanno fatto ugualmente.
La gran parte di chi lascia ChatGPT, migra verso Claude. Perché Anthropic aveva rifiutato di firmare un accordo simile, dichiarando esplicitamente che la sua tecnologia non sarebbe stata usata in sistemi d’arma autonomi né nella sorveglianza di massa dei cittadini americani.
Una posizione forte. Coraggiosa, forse.
Però, ci sono segnalazioni (Wall Street Journal e altri) che Claude sia stato usato dall’esercito statunitense per aiutare a selezionare obiettivi nei raid in Iran.
E questo ha un rilievo importante. Non perché voglia fare di tutta l’erba un fascio ma perché ci ricorda che le dichiarazioni di principio e i comportamenti effettivi non sempre coincidono.
Non è cinismo: è questo il terreno su cui si costruisce (o si distrugge) la fiducia.
Il gesto di disinstallare ChatGPT racconta qualcosa di importante: che l’opinione pubblica, almeno quella più consapevole, ha iniziato a valutare le piattaforme tecnologiche non solo per quello che fanno, ma per quello che rappresentano. Per chi fanno affari. Per quale visione del mondo finanziano.
È una maturità nuova, preziosa.
Ma non può fermarsi alla superficie. Non può essere soddisfatta dalla comunicazione più elegante o dal posizionamento di brand più rassicurante. Perché il rischio, in questo gioco, è che si creino nuovi monopoli di fiducia, altrettanto fragili e altrettanto opachi di quelli che si sta cercando di abbandonare.
Shoshana Zuboff ci ricorda che il potere tende a nascondersi nelle pieghe di ciò che diamo per scontato. Oggi quello che diamo per scontato è che uno strumento digitale possa avere un’etica. Che un’azienda possa essere “dalla parte giusta”.
Forse. Ma è una convinzione che va guadagnata ogni giorno, non dichiarata una volta sola in un comunicato stampa.
La domanda vera non è “quale AI usare” è: come costruiamo strumenti di valutazione legati alla trasparenza e alla responsabilità verificabile?
Nel frattempo, il gesto conta. Anche se imperfetto. Anche se contraddittorio. Perché almeno ci dice che qualcosa, la coscienza critica degli utenti, si è svegliata.
E quella non si può disinstallare.
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