Oggi celebro un anno in Fondazione Paideia

Dodici mesi di dialogo, ascolto, progetti, workflow, integrazioni e tracciati di importazione. Che, lo ammetto, messi così non sembrano il materiale ideale per un post celebrativo. Ma per un informatico umanista hanno il loro fascino.

Dentro questo lavoro c’è il tentativo quotidiano di far dialogare strumenti, dati e persone (la mia passione, oltre alla tag line).
Capire come si lavora, dare un senso alle informazioni, rendere qualche passaggio più semplice. E ascoltare, perché prima di mettere mano a un database, a un processo o a un semplice foglio Excel bisogna capire che cosa serve a chi lo usa.

Poi c’è il contesto in cui tutto questo succede. Ed è soprattutto per quello che oggi sento gratitudine.

In Paideia ho trovato grande professionalità e umanità profonda. Insieme.

Un modo di lavorare in cui l’attenzione alle persone comprende anche chi, ogni giorno, contribuisce a portare avanti i progetti. Con le proprie competenze, le proprie energie e una vita che continua fuori dall’ufficio.

È una cosa a cui tengo molto: poter sentire il valore di ciò che faccio insieme al rispetto per il mio lavoro, per il mio tempo. Sapere che l’impegno per una buona causa e la cura delle relazioni quotidiane possono crescere l’uno accanto all’altra.

Dopo dodici mesi, è questo che mi fa stare bene qui. Fare il mio mestiere, continuare a imparare e sentirmi parte di un progetto nel quale professionalità e umanità si tengono insieme, anche nelle cose più ordinarie.

Grazie alle persone con cui condivido questo pezzo di strada.
E anche i tracciati di importazione, che restano una forma piuttosto particolare di socialità.

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